Bene la politica dell'ascolto della Giunta Regionale e del Presidente Pigliaru

23 Giugno 2015 in Politiche agricole

Ma il ricorso alla piazza non diventi la regola per le rivendicazioni sindacali

Va certamente espresso un convinto consenso alla politica dell’ascolto parte di questa Giunta regionale e del Presidente Pigliaru, ma certamente non quella di scegliere chi ascoltare ed escludere talune Organizzazioni piuttosto che altre.

Proviamo quindi a fare alcune riflessioni.

Quantunque gli attori del recente incontro fossero indubbiamente animati dalle migliori intenzioni e, ciascuno nel proprio ruolo, fosse pienamente legittimato dal mandato ricevuto ad esercitare tali preziose e democratiche funzioni, l’irritualità di alcune convocazioni ed incontri, il clamore mediatico originatosi e il mancato contestuale coinvolgimento delle altre Organizzazioni su temi di interesse generale, pongono alcune questioni di politica sindacale e generano equivoci sui quali preme fare chiarezza, senza  nulla togliere a chi ha legittimamente fatto queste rispettabili scelte, ma richiamando l’attenzione al rispetto di chi ha fatto scelte diverse, come nel caso di Confagricoltura e delle altre Organizzazioni aderenti ad Agrinsieme.

Il primo equivoco consiste nel rischio deleterio che si consolidi l’idea profondamente sbagliata, che sia necessario alzare la voce, battere i pugni sul tavolo e minacciare il ricorso alla piazza, per dibattere di temi per i quali dovrebbe invece essere sufficiente la normale dialettica politico-sindacale, riservando l’uso di certi strumenti di lotta, piuttosto a casi di conclamata gravità o addirittura di natura esiziale. Il pericolo si cela dietro la possibilità che prenda corpo la sindrome del “al lupo al lupo!”, ovvero che la preoccupante perdita della capacità di discernere tra i problemi per cui è necessario e onorevole fare le barricate ed invocare lo stato di emergenza e gli altri problemi, non individuando una corretta scala di priorità, alimenti in definitiva la crescente difficoltà di farsi ascoltare in maniera credibile, nei momenti in cui ciò si rendesse realmente necessario.

Il secondo equivoco consiste nel diffondersi dell’idea, altrettanto sbagliata, che le Organizzazioni che non adottano questo approccio ed esercitano diversamente, ma forse con maggior responsabilità e prudenza, il diritto inviolabile a manifestare, possano erroneamente risultare inoperose e blande nella loro azione o, fatto ancor più grave e falso, addirittura remissive. L’uso esaltato e distorto della attitudine, che in generale hanno le basi associative, a preferire la facile protesta di piazza rispetto al riconoscimento del faticoso impegno del tavolo di confronto, ha il gusto insapore del qualunquismo e concorre a far nascere giudizi superficiali, sbagliati e a tratti ingenerosi che si ritorcono prima proprio contro chi ha scelto di scendere in piazza e poi, per motivi opposti, nei confronti di chi ha fatto una scelta diversa ma non meno degna di attenzione.

In questo senso, ci sentiamo di stigmatizzare il comportamento di qualsiasi politico quando apre trattative e dialoga con una parte ristretta della rappresentanza sindacale escludendo gli altri, poiché non dimostrando di avere la capacità di distinguere i contenuti e palesando timore più che rispetto della piazza, a discapito mediatico di chi si impegna in un normale confronto, di fatto spacca il fronte sindacale, separa i tavoli e fa emergere, si spera involontariamente, inesistenti differenze di merito tra le Organizzazioni, in quanto deve essere affermato con chiarezza e senza ambiguità che tutte queste rappresentano e tutelano con coscienza i diritti e le istanze dell’intero mondo agricolo; insomma non ci sono problemi delle aziende di questa o di quella organizzazione, ma solo problemi delle aziende agricole e conseguenti rivendicazioni sindacali, ovviamente nel reciproco rispetto delle diverse posizioni e delle diverse iniziative che ciascuna Organizzazione ritiene di adottare.

Spetta alla classe politica quindi, parafrasando le parole del Presidente, il compito di ascoltare tutti evitando però, ci permettiamo di aggiungere, i trabocchetti disseminati da chi (e sono molti) potrebbe trarre vantaggi dai momenti di litigiosità indotta a discapito di tutti.  Per ciò che ci riguarda noi non intendiamo litigare con nessuno ma neanche accettare certe investiture a paladini dell’agricoltura, estorte a suon di decibel ma non di idee, non partecipiamo alla gara tra chi urla più forte.

Il terzo equivoco consiste nell’ errata interpretazione delle giusta necessità di dare risposte alla propria base associativa o elettorale, e questo naturalmente vale sia per i politici che per i responsabili delle Organizzazioni; tale necessità è strettamente connessa con le funzioni esercitate da chi ricopre incarichi di rappresentanza e si manifesta maggiormente al culmine delle vertenze politiche e sindacali, molto spesso inevitabilmente coincidenti. Pur riconoscendo infatti l’ opportunità ed anzi il dovere di soddisfare tale necessità, ciò non dovrebbe fare cedere tutti noi alla pericolosa tentazione di agire in maniera pretestuosa o strumentale, di dispensare facili promesse, di attribuirci meriti o di intestarci successi in maniera improvvida, a volte prevaricando sui ruoli di terzi, disconoscendo i meriti e i successi altrui, minimizzando quelli raggiunti in maniera collegiale ovvero ignorando quelli frutto di un confronto plurale, annichilendo così la grande ricchezza che nasce dal confronto di idee diverse, alla mera ricerca di un effimero risultato personale o della propria parte.

Un ultima considerazione merita certamente la giusta attenzione che deve essere data al rapporto con gli altri settori produttivi, troppo spesso sottovalutato. Acquisito il riconoscimento unanime del primato del settore agricolo in Sardegna, scendere in piazza ed invocare lo stato di emergenza o protestare con veemenza sempre e in ogni caso, quando piove o quando non piove, se fa troppa luce o se fa troppo buio, quando tira vento o se c’è bonaccia, chiedere in continuazione prebende e provvedimenti straordinari, invocando eccessivamente e quindi abusando della specialità dell’agricoltura, che va invece difesa e preservata con il giusto equilibrio perché nessuno si azzardi a metterla in dubbio, può apparire poco rispettoso delle difficoltà degli altri settori produttivi che soffrono comunque, fosse anche in misura minore, di molti degli stessi mali di cui soffre l’agricoltura. Tale eccesso può infine attirare verso l’agricoltura, antipatie ed invidie infondate che alla lunga possono logorare l’indispensabile rapporto che deve invece essere coltivato proficuamente tra i diversi settori dell’economia. Chiedere continuamente una speciale attenzione, spesso con il piglio della pretesa, non fa un buon servizio agli agricoltori che in questo modo sono esposti alla possibilità di passare per questuanti, messi immeritatamente in cattiva luce agli occhi dei più, col rischio che  venga incrinato il riconoscimento del ruolo e della reputazione che tanto faticosamente si sono guadagnati e che spetta giustamente a chi lavora dall’alba al tramonto, spesso per molto poco, assumendosi la grande responsabilità di produrre cibo per tutti e di tutelare l’ambiente che ci circonda.    

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